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Quando espatriare diventa reale e da un sogno diventa realtà

Ciao,

finalmente riesco a trovare un momento di tranquillità, anche emotiva, per scrivere un breve resoconto della mia esperienza.

Quando ho cominciato il lavoro sul mio profilo professionale e la mia presentazione ero cosciente di non avere una presentazione adeguata a esprimere la mia competenza. Ero cosciente altresì che la mia età (53 anni) era un significativo ostacolo. Riassumendo mi presentavo come un professional con le seguenti caratteristiche:

Nazionalità: italiana.
Età: 53 anni.
Curriculum studiorum: laurea in Scienze dell’Informazione e Executive MBA.
Competenze linguistiche: inglese, tedesco e francese.
Competenze tecniche: project manager, certificato.
Esperienza professionale: prevalentemente in realtà medio/piccole, con clienti importanti, ma senza chiara focalizzazione di mercato. Nessuna esperienza sufficientemente lunga presso la stessa realtà da essere caratterizzante.
Esperienza all’estero: limitata e poco caratterizzante.
Rete relazionale: poche relazioni prevalentemente non di rilevo.

Insomma ero il perfetto candidato alla sotto-occupazione/disoccupazione sul territorio nazionale. Per questo il mio obiettivo era rivolgermi verso l’estero. Era una cosa che peraltro avevo sempre desiderato senza successo. Anche i miei recenti tentativi erano stati infruttuosi. Non avevo un profilo chiaramente identificabile che giustificasse il mio costo, qualunque esso fosse, né il rischio di affidare a me straniero un incarico.

Dopo la riscrittura del mio CV, e la conseguente riscrittura del mio profilo sui social network professionali ho avuto un aumento significativo dei contatti, che sono circa triplicati, portandosi da 2 al mese a 6/7, senza però sortire alcun effetto oltre il primo colloquio telefonico.

La svolta è avvenuta attraverso un contatto personale. Non è stata una raccomandazione all’italiana. Semplicemente mi è stato suggerito di contattare una società in crescita e alla potenziale ricerca di personale con un profilo internazionale. La mia candidatura però non è stata introdotta presso l’azienda da una terza parte raccomandante. E’ stata spontanea e giunta ai destinatari out of the blue sky.

Il profilo era abbastanza rispondente alla richiesta. Il fattore di successo è stata la competenza linguistica in tedesco, poiché l’azienda era alla ricerca di una persona con questa competenza per meglio incontrare le richieste di alcuni prospect, tedeschi appunto.

Da inizio novembre vivo e lavoro in Inghilterra. Lavoro per una piccola società operante nel settore dei servizi bancari.

La società è una start up fondata nel 2015 e in crescita, con un buon portafoglio di clienti costituito da multinazionali europee presenti nel settore retail e un backlog di prospect di peso internazionale. Il team è ridotto, ma internazionale (italiani, francesi, inglesi, per ora) e si prevede una crescita significativa nel corso del 2016.

Il lavoro è rilassato, non esistono le tensioni tra dipendenti tipiche delle realtà italiane. E il rapporto con la gerarchia interna non è in logica “Io sono up. Tu sei down.” come la descriverebbe Berne. Il livello di delega è elevato: non ti dicono come fare, bensì cosa serve ottenere. Conta la competenza e la capacità di raggiungere il risultato. E sta ai singoli organizzare il proprio tempo e il proprio lavoro in ragionevole autonomia.

Aggiungo alcune note personali.

Non avevo competenza nel settore specifico delle carte. Questo non è stato considerato fattore di esclusione, “tanto quello che serve lo impari in affiancamento nel primo progetto”. In Italia invece se non hai un’esperienza estremamente specifica sei escluso a priori: stesso mercato, stessa esperienza, spesso stessa posizione, meglio se da un concorrente diretto. Tanto vale indicare nome e cognome del candidato desiderato, no?

L’età non ha avuto rilevanza negativa. In un settore che pianifica strategicamente su un orizzonte massimo di tre anni e con orizzonte mobile, un professionista con 15 anni di vita professionale utile non rappresenta un vincolo, bensì un valore aggiunto di esperienza e visione, nonché una maggiore garanzia di stabilità e continuità. Ma in effetti in Italia la pianificazione strategica è un esercizio retorico delegato al marketing. E si preferisce il giovane, più economico, anche se il turnover è elevato e i più promettenti acquisita l’esperienza lasciano per migliorare il profilo economico.

Neanche la lingua costituisce un problema. Arriviamo qui con una buona competenza in International English, sufficiente per comprendere il Queen’s English, ma assolutamente inadatto per affrontare l’Everyday’s Street English, con le sue contrazioni, ellissi, storpiature fonetiche e… errori grammaticali. Ma sono molto disponibili e nessuno pretende che capiamo tutto subito e la risposta è che entro qualche mese arriveremo anche noi a comprendere tutto, o quasi. In Italia vedevo l’insofferenza verso gli stranieri, anche quando il livello del loro italiano era ottimo, anche superiore al nostro.

La preoccupazione maggiore, che emerge dalla domanda ricorrente che ti viene rivolta, è quella relativa all’integrazione. Infatti lo sradicamento provoca qualche disagio e spalanca le porte alla nostalgia. Il timore è che questa prenda il sopravvento e la persona decida di voltarsi e tornare indietro. E le pagine di cronaca sono piene di storie di insuccessi aziendali dovuti a questo (e.g. i paramedici spagnoli in Olanda ecc.).

Dai colloqui con gli italiani qui emerge che il motivo dell’espatrio non è la mancanza di lavoro in patria, bensì la volontà di trovare un ecosistema migliore: ambiente lavorativo più rilassato e gratificante, crescita per merito, rapporto migliore con una burocrazia al tuo servizio, senso di maggiore sicurezza. Insomma se sai e sai fare sei riconosciuto, e non solo se hai tanti conoscenti che chiami “amici”, o se sei “parente di”. Sei straniero, ma ti rivolgi all’ufficio del lavoro per avere il National Insurance Number (l’equivalente del Codice Fiscale) senza avere l’angoscia kafkiana che hai nella tua città. Vivi in una casa senza grate alle finestre né porte blindate o allarmi, senza l’angoscia di subire un furto che hai a Milano dove le grate e la porta blindata sono necessarie, ma non sufficienti. Ti rivolgi alla banca e alla fine l’impiegato ti chiede se sei soddisfatto del servizio e se puoi indicargli come migliorarlo, e non sei trattato come uno scocciatore ottuso e importuno.

Insomma l’Italia ha tanti problemi, ma forse le istituzioni politiche da riformare, il bilancio nazionale da risanare, l’economia da rimettere in moto non sono le cause della recessione del Paese, bensì le conseguenze di un problema molto più pervasivo e grave che riguarda il comportamento degli italiani stessi. Visto da lontano, ma ancora di più visto per differenza rientrando per le vacanze di Natale, è così palese da togliere il fiato.

Colgo infine l’occasione per ringraziare T-Island per il servizio, che è risultato prezioso. E resto a disposizione come contatto, se posso esservi utile.

Grazie ancora e buon lavoro e buon Anno Nuovo.

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